“Ho cominciato sempre a soffrire prima che accadessero le cose che non volevo, o quando avevo anche solo il minimo sospetto che stessero per verificarsi, così nel momento in cui tutto succedeva piangevo un giorno intero e poi ero anestetizzata.E’ come se la mia vita avesse subito un accellerazione sovrumana ed avesse concentrato milioni di secoli in pochi anni. Non so se riesci a capirmi…”
“Certo che ti capisco. Ma adesso che senso ha parlarne e soprattutto farlo proprio con me?”
”Un senso lo ha. Perché io non potevo sapere che tutto sarebbe rimasto uguale, credevo di trovare solo una stanza buia e persone che non avevo mai visto prima. Ma non credevo non cambiasse nulla. Sono sempre qui.”
“Ma non puoi più fare nulla se non guardare gli altri o dirigerli facendo accadere degli eventi. Hai l’illusione che tutto sia come prima, ma in atto non lo è.”
“Non ho avuto il coraggio. Mi dispiace. Poi è capitato che una sera mi sentissi la donna più sbagliata sulla terra ed è capitato.”
“E magari dentro di te credi di aver fatto la cosa giusta, vero?”
”Credo di aver capito che ne avevo abbastanza ed ho messo in atto tutto. Niente di più della mia volontà.”
”Stai dicendo una bugia, Sonia. Io conosco la tua volontà. Hai creduto che la tua volontà non potesse mai accadere e sei scesa in corsa dal treno. La tua è stata solo paura.”
”E’ la paura infatti che mi ha sempre tenuta lontana da me stessa e dalla mia vita. Il tempo, lo scorrere dei giorni che ho sempre cercato di prevedere mi ha spaventata. Non potevo permettere a me stessa di passare la vita a sperare che prima o poi le mie aspirazioni si risolvessero.”
”Ed ora?”
”Ora ho scelto per me che mettere un “mai” reale alla mia esistenza avrebbe messo la mia anima in pace. Libera.”
”Ti senti libera perché adesso sai di avere una reale limitazione che ti impedisce di agire.”
“Sai qual è la cosa che mi ha sempre dato ai nervi?”
“Dimmela, tanto la conosco già. Forse non hai ancora capito il meccanismo di quello che accade qui.”
”Non importa. E’ l’impotenza. Ho sempre avuto in mano la mia vita, l’ho guidata e a volte l’ho anche portata fuori strada. Ma ero io a scegliere e a governare tutto. Il restante cinquanta per cento degli eventi dipendeva da altro, e spesso non si chiamava solo destino.”
Il volto pallido e stanco di Sonia comincia a inventarsi una smorfia che predice un imminente pianto.
”Vedi che l’umanità non è solo una questione di sangue e funzioni essenziali?”
“Tu non mi hai mai dato la sensazione di essere umano. Hai sempre ostentato questa sorta di sicurezza, un senso di onnipotenza che traspariva in ogni tuo gesto. Non ti saresti mai comportato come me.”
”Ero solo sicuro delle mie capacità. Di me stesso. Anche tu lo sei, ma non riesci ad imporlo a te stessa. Adesso sta solo a te capire se sei ancora in tempo. Non posso dirti se sei tu ad essere entrata nella mia dimensione o sono io ad essere entrato nella tua.”
“So di sicuro che tu un paio di volte sei entrato nella mia. Ogni volta che ho pensato a te mi hai dato la dimostrazione che in qualche modo eri qui. Ma ora il tuo sguardo sembra così reale. Come quella sera in macchina.”
”Avevi messo una canzone che non conoscevo, che ti ricordava di quando avevi lasciato Fabio.”
”Non so se è lui ad aver lasciato me od io ad aver lasciato lui. So solo che non c’era più tempo, che i miei sentimenti non avevano ragione di esistere più. Mi ricordo di come sono scesa dalla sua macchina senza dire una parola. Ricordo di quanto faceva freddo fuori e dentro di me. Di come ho sentito calde le lacrime che si distribuivano equamente tra il volante della mia macchina, i miei capelli e le mie guance. “
“Anche io ho avuto freddo. Ma era solo fuori da me. Era autunno inoltrato e l’acqua era freddissima.”
”Ed io non c’ero. Se non avessi perso il mio tempo altrove sarei corsa da te. Sono certa che ce la avremmo fatta.”
”Anche io, ma non devi sentirti in colpa. L’importante è che adesso siamo qui. Insieme. Che possiamo parlare ancora come non facevamo da un anno.”
”Ogni volta che guardo il mare ti penso. E’ un pensiero pieno di tristezza, che si carica della speranza che tu abbia una vita nuova, che tu l’abbia fatto apposta.”
”Mi sembra di averti fatto capire che non è andata così. Ma credimi è stata un uscita di scena in pieno stile. “
”Guardami, Francesco. Cosa vedi?”
”Una donna addormentata.”
”Non credo, io ti vedo e sono sveglia.”
”Vedo una donna addormentata che crede di essere sveglia. Vedo una bambina che sta cercando di tenere aperti gli occhi nonostante sua madre crede che non si perda niente se continua a dormire.”
”Io vedo solo i tuoi occhi in questo buio irreale e credo che non mi sveglierò se non tra cento anni.”
”Decidi tu. Venti, trenta, duecento anni.”


sorriso. Ho sentito cose buone sulla tua pelle. Ho ascoltato ingorda le parole dei tuoi respiri. Il tuo corpo è come tutti gli altri corpi. Nel tempo si consumerà, e arriverà a spegnersi. Più le mie mani sono spaventate nel toccarti, più accorgo che non è così semplice demolire il tuo essere in me. E' la rivoluzione dei miei cavi cardiospirituali in disuso che mi prende. E' la riabilitazione del tuo fattore rhesus negativo che mi sta uccidendo forse. Ho scavalcato i tuoi confini, ho ammirato la tua anima bella. Senza fare rumore, senza fartene accorgere. Perchè so che fa paura. Perchè so che la tua idea di me non esiste, sono sepolta nel cimitero delle conclusioni pericolose. Ho indossato ogni tipo di maschera, ho vestito dolorosamente personaggi incomprensibili. Ma le mie vene questa volta hanno detto no, hanno espresso il loro dissenso. E allora mi polverizzo su di te. Per stringere ancora senza arrecare disturbo la tua anima. Per soppravvivere a questa suggestiva distanza. Sfiorando le tue dita, danzando sulle tue cicatrici. Avrei voluto che qualcosa lasciasse un segno in te. Ho preso un coltello. Con la mano sinistra. Ho disegnato un taglio obliquo sotto il ginocchio sinistro. Sottile. Disorienterebbe la mia vanità, se fosse troppo profondo. Quel segno sarai sempre tu. Futile consolazione dell'averti quando non ti ho posseduto mai. Ti ho amato tra le mie vene. Col tuo sapore amaro che sento ancora in bocca. Ti ho amato mentre il sangue si sporcava sempre di più di te. Ti ascolto addormentarti, riscaldarti dolcemente nelle stanze della mia anima. Adesso so di amarti. Mentre sento di averti così dentro, tanto da non sentire più la tua mancanza. Cado lentamente nel mio sonno, mentre mi cullo nel grembo del mio irreversibile fallimento. Fuori non è più notte, ma sto arrendendomi al pensiero che sarà sempre troppo buio per noi.
Stanotte non hai proprio una bella cera si direbbe. Dormi con gli occhi serrati come se fossero chiusi a chiave da qualcuno. Ti ho vista piangere stasera, fuori dalla macchina al parcheggio dello stadio. Cercavi consolazione in due grammi o poco più di pane degli angeli e non l’hai trovata vero? Ti ho vista. Ti ho ammirata ridere. Mi sono divertita a fissare i tuoi occhi mentre ti guardavi allo specchio e ti vedevi le rughe sul collo. Ti ho ascoltata piangere e osservare quel dannato coltello buttata per terra. Con gli occhi gravidi, ti crogiolavi felice in un momento e adesso sei riversa li a terra con la paura di morire davvero, stavolta. Ti ho lasciata versare le tue lacrime, perché credevo che quei rivoli di ghiaccio che scendevano ti avrebbero raffreddato il cuore. Invece hai preso tutto e ti sei alzata. Sei corsa a guardarti allo specchio spaventata, preoccupata che quei segni lividi avrebbero segnato nei giorni il tuo volto. Scontrandoti frontalmente con la paura e l'ebbrezza che qualcuno li avrebbe potuti interpretare. Non lo sopportavi, l’idea ti era troppo pesante. Hai chiuso gli occhi e non hai pensato più. Ti ho sentita dire che dentro di te non c’è più nulla, che senti come se ti avessero aspirato l'anima. Ti ho stretto le mani quando hai detto fine. E tu hai sbarrato gli occhi e sapevi che ero lì. E’triste guardare il proprio epilogo dall’alto, e non poter fare nulla.. Io sono un'altra strana congiunzione materiale tra te e il tuo inconscio. Mi chiedo se la tua sia una dimostrazione di forza o un finale in grande stile. Tanto hai già deciso. So che anche se ti aprissi gli occhi e ti dicessi che domani ogni cosa sarà più piccola e più debole e che poi ne resterà solo un abbaglio flebile non mi crederesti. No. Tu non credi più a nulla, ti sei stancata. Sei stanca. Talmente stanca da aver deciso di non svegliarti più. Saltare nel buio è un passo duro e difficile.Potresti aprire gli occhi e scoprire quello che tu non hai mai visto, o che magari provi a immaginare. Sappiamo che hai preparato tutto minuziosamente e con freddezza assassina.Ho già aperto i tuoi cassetti . So cosa stai sognando. Sorridi. A volte mi sono chiesta quanto sia stato giusto entrare nella tua vita, mi chiedo se tu avresti rinviato questo momento a qualcosa di più duro. Mi chiedo sino a che punto può arrivare il dolore, sino a che punto si può morire da svegli.Con le mani ti stuzzicavi i palmi per capire se eri viva. Nel midollo percepivi i brividi per vedere quanto freddo c’era lì fuori, tra i vivi. Adesso dormi. Magari domani il telefono squillerà e ancora sentirai una voce, che ti farà sorridere.Forse non potrai più sentirlo.Non posso fare nulla per te. Cadere e e precipitare nella propria anima somiglia alla morte. E' qualcosa di unico. Adesso con le mani sul ventre ascolti il respiro, apprendi che dentro di te hai sempre avuto forza. La tua pelle bianca su quel lenzuolo candido sembra neve al sole. Liquida, leggera, lenta si avvolge su di te la vita che non hai. E’ questo il tramite tra la vita e la morte. Ti sei strappata via quella parte di cuore che lentamente era nata sulle ceneri di notti che riversavano nero sugli occhi. Ridotto tutto in brandelli, dilaniata e martoriata senza pietà. Un gesto struggente, una cosa pura, ancorata alla tua anima. Ora non resta che un fondale violentato, come quando i marinai tirano forte la catena che lega la nave al suo ormeggio subacqueo. Resta cenere, non restano neanche più i ricordi perchè quelli non abitano nel presente. Non restano le sere a parlare allo specchio, non resta nulla. Affoghi nel vuoto di ciò che era pieno, addormentato ben nascosto dentro te. Nei tuoi tesissimi fasci di His. Intrecciati a ogni grammo di adrenalina dentro i tuoi nervi, sublimati dallo stillicidio di un dramma già consumato. Avrei voluto cambiare il finale, avrei voluto che i buoni vincessero. Ma i buoni in questa vita non vincono mai, vince chi è più furbo, chi sa manipolare, chi sa abbindolare e vendersi talentuosamente. So delle volte che ti ho visto rovinarti il fegato per tacere un segreto inconfessabile, stucchevoli omicidi reversibili. Chissa cosà ci diremo guardandoci allo specchio, che abbiamo amato tanto al punto di esaurire tutto. Al punto di non pensare più a nulla e a nessuno, di sentire quel vuoto che ti schiaccia il cervello, ti comprime gli occhi e la testa e dopo il dolore non senti più nulla. Chissà se stavolta mi dirai grazie, o mi maledirai. Chissa se ci saremo ancora domani. Se una traccia di noi, o di me, o di te resterà fra i sospiri dei giorni. Non riesco più a dire una parola. Mi avvicino a te. Accarezzo le tue mani gelide, bianche e violacee, e le tue strane unghie nere sembrano sempre più nere. Appoggio le labbra alle tue e sento ancora il tuo respiro, è lento,leggero, tiepido e non è lo stesso che ho respirato per anni a fianco a te. Le mie falangi si ritraggono, non ho mai visto una persona così. Mi affascina questo passaggio. Ma è davvero questo quello che rappresenterei io? Un passaggio che non esiste? Una vita che se ne va? Allora ho un nome. Sono l’ignoto, sono il momento. Il momento vero, quello che è solo puro essere ed è svincolato dall’essere stesso, è da qui che si torna indietro. Qui finisce la fine. Non ti sento più.Le tue gambe ormai hanno le stesso colore delle tue mani, piegate lasciate come rami di ciliegio su un prato che non c’è. Le tue dita piegate, le sfioro, sono immobili. Sembreresti quasi viva se non sapessi che non vuoi più provare a respirare. Hai scelto così, hai deciso così, dei brandelli di quello che avevi non ti è rimasto nientaltro di un immagine, chiara e felice di quello che era. E che ora è morto per sempre. Dicevi sempre che le cose belle fanno parte di noi per sempre,
Mi sono lasciata lentamente accarezzare da corde sfiorate. Affogando nella morbidezza di un onirico letto avvolgente, mi hai socchiuso gli occhi. Ogni parola che scivolava liquida dalle tue labbra alle mie orecchie, era come una goccia di pioggia color indaco. Ho continuato a lasciarmi trascinare dalla tua emozionale vocalità, scendendo sempre piu' in fondo. Affondando sempre più inesorabilmente verso il mattino pallido che non avrei vissuto. Hai continuato a cantare sino a che non ho senito più nulla. Presa da vorticoso coma reversibile notturno. Con mani abbandonate alle tue.
nel tuo stomaco. Guardavo gli altri togliere minuziosamente le spine dalle loro carni. Quanto sono fragili le colonne vertebrali di un pesce. Basta la lieve pressione di un coltello e sono irrimediabilmente spezzate. Ho smesso di mangiare. E' stato come se tutta quella morte si fosse impadronita di me, facendo scorrere nei miei neuroni angosce e segnali di pericolo. Ho percepito la loro straziante sorte. Ecco come ci si sente ad andare a pranzo in un obitorio.
Lenzuola che hanno sempre il solito odore di bruciato, mentre ti addormenti tra la cenere. Sola. Come ogni volta le labbra hanno sempre lo stesso colore, un pallido rosa mortale e la saliva si carica di uno strano retrogusto amaro. Frammenti di cena mai consumata viaggiano fluttuanti per la stanza senza un senso preciso. Verso niente. Mentre ti ricordi che sino a pochi minuti prima ti stavi riproducendo. Ma l'odore della sua pelle non ha più senso, adesso. Hai espletato una funzione primaria. I tuoi estrogeni ti saranno grati. Resta solo un polpaccio troppo solllecitato. Dentro, non resta nulla. Ed è questo che volevo. 
Blu. Il mio mondo è blu. Blu sono le piastrelle del bagno, le gocce d'acqua leggere e lievi. Scorrono sul perimetro delle piastrelle. Cadono nell'acqua che ricopre il pavimento e creano disegni tra la polvere che si deposita sul fondo. I miei piedi camminano leggeri, sporchi da questo misto di fango e acqua che toccano. Proseguo lenta in questa specie di viaggio, mi lascio trasportare da questa musica, note incomplete e parole mozze. Canzoni imperfette incomplete, come il mio amore imperfetto.
i spalancati azzurri. In mezzo alla strada, le macchine mi passano accanto spostando l'aria. Perdo l'equilibrio. Sento i clacson che mi suonano, dentro di me l'angoscia e l'impotenza. Non mi posso muovere, non sento il mio corpo. Il cervello vuole muoversi, ma le mie gambe sono lì, come saldate all'asfalto caldo. Non posso fare a meno di chiudere gli occhi dalla paura. Sono come un' equilibrista, un piede davanti all'altro, sulla linea bianca tratteggiata di una strada. Sembra inferno anche se inferno non è.