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giovedì, settembre 08, 2005

“Ho cominciato sempre a soffrire prima che accadessero le cose che non volevo,  o quando avevo anche solo il minimo sospetto che stessero per verificarsi, così nel momento in cui tutto succedeva piangevo un giorno intero e poi ero anestetizzata.E’ come se la mia vita avesse subito un accellerazione sovrumana ed avesse concentrato milioni di secoli in pochi anni. Non so se riesci a capirmi…” 
 
“Certo che ti capisco. Ma adesso che senso ha parlarne e soprattutto farlo proprio con me?”
”Un senso lo ha. Perché io non potevo sapere che tutto sarebbe rimasto uguale, credevo di trovare solo una stanza buia e persone che non avevo mai visto prima. Ma non credevo non cambiasse nulla. Sono sempre qui.” 
“Ma non puoi più fare nulla se non guardare gli altri o dirigerli facendo accadere degli eventi. Hai l’illusione che tutto sia come prima, ma in atto non lo è.”
“Non ho avuto il coraggio. Mi dispiace. Poi è capitato che una sera mi sentissi la donna più sbagliata sulla terra ed è capitato.”
“E magari dentro di te credi di aver fatto la cosa giusta, vero?”
”Credo di aver capito che ne avevo abbastanza ed ho messo in atto tutto. Niente di più della mia volontà.”
”Stai dicendo una bugia, Sonia. Io conosco la tua volontà. Hai creduto che la tua volontà non potesse mai accadere e sei scesa in corsa dal treno. La tua è stata solo paura.”
”E’ la paura infatti che mi ha sempre tenuta lontana da me stessa e dalla mia vita. Il tempo, lo scorrere dei giorni che ho sempre cercato di prevedere mi ha spaventata. Non potevo permettere a me stessa di passare la vita a sperare che prima o poi le mie aspirazioni si risolvessero.”
”Ed ora?”
”Ora ho scelto per me che mettere un “mai” reale alla mia esistenza avrebbe messo la mia anima in pace. Libera.”
”Ti senti libera perché adesso sai di avere una reale limitazione che ti impedisce di agire.” 
“Sai qual è la cosa che mi ha sempre dato ai nervi?” 
“Dimmela, tanto la conosco già. Forse non hai ancora capito il meccanismo di quello che accade qui.”
”Non importa. E’ l’impotenza. Ho sempre avuto in mano la mia vita, l’ho guidata e a volte l’ho anche portata fuori strada. Ma ero io a scegliere e a governare tutto. Il restante cinquanta per cento degli eventi dipendeva da altro, e spesso non si chiamava solo destino.”
Il volto pallido e stanco di Sonia comincia a inventarsi una smorfia che predice un imminente pianto.
”Vedi che l’umanità non è solo una questione di sangue e funzioni essenziali?”
“Tu non mi hai mai dato la sensazione di essere umano. Hai sempre ostentato questa sorta di sicurezza, un senso di onnipotenza che traspariva in ogni tuo gesto. Non ti saresti mai comportato come me.”
”Ero solo sicuro delle mie capacità. Di me stesso. Anche tu lo sei, ma non riesci ad imporlo a te stessa. Adesso sta solo a te capire se sei ancora in tempo. Non posso dirti se sei tu ad essere entrata nella mia dimensione o sono io ad essere entrato nella tua.” 
“So di sicuro che tu un paio di volte sei entrato nella mia. Ogni volta che ho pensato a te mi hai dato la dimostrazione che in qualche modo eri qui. Ma ora il tuo sguardo sembra così reale. Come quella sera in macchina.”
”Avevi messo una canzone che non conoscevo, che ti ricordava di quando avevi lasciato Fabio.”
”Non so se è lui ad aver lasciato me od io ad aver lasciato lui. So solo che non c’era più tempo, che i miei sentimenti non avevano ragione di esistere più. Mi ricordo di come sono scesa dalla sua macchina senza dire una parola. Ricordo di quanto faceva freddo fuori e dentro di me. Di come ho sentito calde le lacrime che si distribuivano equamente tra il volante della mia macchina, i miei capelli e le mie guance. “
“Anche io ho avuto freddo. Ma era solo fuori da me. Era autunno inoltrato e l’acqua era freddissima.”
”Ed io non c’ero. Se non avessi perso il mio tempo altrove sarei corsa da te. Sono certa che ce la avremmo fatta.”
”Anche io, ma non devi sentirti in colpa. L’importante è che adesso siamo qui. Insieme. Che possiamo parlare ancora come non facevamo da un anno.”
”Ogni volta che guardo il mare ti penso. E’ un pensiero pieno di tristezza, che si carica della speranza che tu abbia una vita nuova, che tu l’abbia fatto apposta.”
”Mi sembra di averti fatto capire che non è andata così. Ma credimi è stata un uscita di scena in pieno stile. “
”Guardami, Francesco. Cosa vedi?”
”Una donna addormentata.”
”Non credo, io ti vedo e sono sveglia.”
”Vedo una donna addormentata che crede di essere sveglia. Vedo una bambina che sta cercando di tenere aperti gli occhi nonostante sua madre crede che non si perda niente se continua a dormire.”
”Io vedo solo i tuoi occhi in questo buio irreale e credo che non mi sveglierò se non tra cento anni.”
”Decidi tu. Venti, trenta, duecento anni.”

E’ una notte freddissima di gennaio. Il copriletto rosso si accoppia perfettamente con i capelli di Sonia. Riversa sul cuscino in depressione respiratoria. Non c’è la minima luce, non c’è nemmeno una stella che illumina la stanza. Le mani sono stese come rami di ciliegio sulla pancia, come a cercare di lasciar sopravvivere la sua energia. Non ci sono mobili, non ci sono più quadri appesi alle pareti. Non c’è nemmeno una porta da cui poter uscire, non una finestra. Ai piedi del letto un uomo che la guarda come fosse un miracolo. I suoi occhi si vedono anche al buio, le sue mani stringono i piedi gelidi della ragazza. Parla alzando lo sguardo verso il cielo come se si rivolgesse al soffitto. Cominciano ad apparire piccole stelle azzurre e viola, che piovono leggere sul letto. 
postato da: veradechirico alle ore 14:15 | Permalink | commenti (5)
categoria:novevirgolaottantuno
sabato, aprile 23, 2005

Vorrei non smettere mai di amare i tuoi occhi.
Gli stessi che si aprono quando non posso sfiorarli.
Gli stessi che mi amano nel silenzio.

Vorrei non finire mai di amare il tuo corpo.
Lo stesso che sfioro con mani adoranti.
Lo stesso che mi divora le vene.

Vorrei non stancarmi mai di tenerti dentro me.
Dove hai sollevato veli neri di vuoto.
Dove ti ho ammirato crescere e diventare amore.

Custodire la tua anima.
Fino a quando i miei occhi si chiuderanno.

A Te, per tutta la bellezza che hai portato nella mia vita.

postato da: veradechirico alle ore 22:10 | Permalink | commenti (7)
categoria:poesie
giovedì, gennaio 27, 2005

 "Venenum Corda" di Vera De Chirico

Lacrima interstiziale
bruci inquieta giù dall'occhio.

Mi guidi verso l'ira incatenata
a questo vuoto endometrico.

Ho dato un nido alla vendetta,
dove rifugiarsi senza dolore;
mi lenisce i nervi avversi,
rampicanti di veleno.

Abbandono all'aria il sangue,
per dimezzarne la pressione.
Implodo di infiorescente vita.

postato da: veradechirico alle ore 10:40 | Permalink | commenti (3)
categoria:poesie
lunedì, luglio 26, 2004

Da dove comincio. Dal fatto che sento il bisogno di scriverti questa lettera? Questo è un periodo dannatamente strano, troppo particolare dove vivo a livelli di corruzione massima. Dandomi a cose, che alla fine, non mi aggiungono nulla. E sono arrivata a robe pesanti, e la cosa mi spaventa, anche perchè mi chiedo il perchè di tale debolezza in me. O forse io stia inconsciamente tentando il suicidio o mi stia lentamente inaridendo. Sto vedendo vacillare in modo troppo ostentato me stessa. Sono arrivata ad un punto in cui vedo solo illusioni che mi danzano sulla pelle ipotizzando i fallimenti della mia vita. Alla fine se mi fermo penso, "Ma dove sono arrivata?" . Ho quasi 22 anni e mi sento vecchia e passata. Alla continua ricerca di qualcosa che mi dia una nuova botta, una scossa di adrenalina, ma sono già stanca. Ho raggiunto buona parte dei miei obbiettivi personali e materiali, ho la mia casa, la mia agognatissima libertà, per la quale ho tanto lottato, ma quale è stato il prezzo? Perdere le cose vere, confondermi dentro alle piccole cose, ai gesti di tutti i giorni, che son quelli più importanti. Ma forse in questo momento duro e concitato, ho capito veramente cosa sono. Un essere umano come tutti gli altri, forse non quella donna che ostenta forza ed esperienza, e forse le confonde tra di loro. Quella che credeva di aver tagliato i cavi del proprio sistema "cardiospirituale" per purissimo istinto di sopravvivenza. Forse la luce che lo riattivato sei stato tu. Alla fine sei stata una delle poche persone che mi abbiano davvero regalato emozioni vere. Ho visto qualcosa in te di bello. Ho sentito qualcosa di buono e di puro sotto la tua pelle. Ho sentito che tu hai qualcosa che ho anche io. E che io ho vissuto qualcosa che hai vissuto anche tu. Ho sbagliato con te e lo so. Avrei dovuto essere più furba, capirti prima. Invece presa dalle emozioni e dalle passioni mi sono lanciata, come la volta che mi sono lanciata nel bungee-jumping perchè ero incazzata per sentire che è come una "morte a/r", per vedere le cose, ed anche il contrario, di te. Ho cercato di darti qualcosa che avesse calore, consistenza che ti scaldasse l'anima. Ma non era la cosa giusta da fare, non era quello che volevi, e non era quello che volevo, avere in mezzo una come me. Che alla fine in fondo sono una come tutte le altre. Come ogni altra donna con cui vai a letto. Come ogni altro uomo con cui vado a letto e che il giorno dopo, morta la signora curiosità, non voglio più nemmeno vedere.  Cose senza senso, cose dettate da inpulsi erotici, stonature, dei alcoolici e frustrazioni perverse. Finchè pochi giorni fa mi sono resa conto che non ha alcun senso. Tanto non seppellisci le tue idee sotto corpi e lenzuola stropicciate, tanto, in conclusione, è solo un orgasmo in più. Ma nelle vene e tra il sangue non lascia nulla. Non un emozione, che può tramutarsi anche in veleno e diventare il tuo più acerrimo nemico, come te. E allora vuoi sapere cosa ti dico? Che tutte le lacrime, i vomiti, le scopate e gli stoni hanno un senso. Tutta l'aridità di quello che ho respirato ha senso. Vale quattro giorni di sorrisetto stampato in faccia e sguardo da cretina in perfetto stile prima comunione. E' stato un piccolo dolore, che vale quella gioia. Se io fossi in te sarei felice e soddisfatto. Mi hai resa felice, mi hai riconnesso i cavi. Anche se adesso quello che vedo son solo ricordi morti. Che mi aleggiano tra il fumo di mille sigarette come zombie la notte. Anche se ora oltre alla splendida cicatrice ricordo , sai che devo sempre lasciarmi un segno quando qualcosa è importante, in stile targa onoraria sotto il ginocchio sinitro, bruciano ricordi e sorrisi. Ma ne è valsa la pena. Perchè sai benissimo che quando vuoi bene ad una persona, tutto ti rende più forte, sfideresti chiunque, faresti il giro del mondo a piedi e riusciresti a portarlo a termine. Tu hai preso la tua strada ed hai fatto le tue scelte, o forse sono io ad averne presa un'altra di via, ed io ho fatto le mie. Ti auguro di essere felice come lo sono stata io, di trovare quell'equilibrio precario che ti faccia star bene ( sai che la stabilità è vuota, l'ho sempre detto..), di sentirti vivo. Allora forse sarò felice per te, potrà sembrarti banale o puerile, maè questo quello che sento. Che tu possa arrivare ovunque tu voglia, e sorridere, in quel modo bambinesco e bizzarro che hai di farlo, sempre. Ti ho guardato mille volte incantata farlo, ma sempre senza farmi notare troppo. Forse sarò stata io a non lasciarmi capire, mi sono offuscata e spero che tu saprai leggere tra le righe. Ecco la parte più vera e nuda di me. Non è il un corpo nudo a mettermi in imbarazzo, è un anima nuda quella che mi disarma e mi spaventa. Scusami per tutte le volte in cui mi sono preoccupata troppo di te, o non ti ho capito sembrandoti invasiva, sentivo solo il bisogno di starti accanto. Credo non mi mancherai più, perchè sei dentro i nervi e dentro il mio sangue. Nella mia anima, ho lasciato che ti addormentassi con un abbraccio, ed è li che ti terrò. Ti amo, ma sento che amarti mi fa troppo male. E la mia vita, non merita di essere persa dietro nessuno, nemmeno dietro a te.

ps. Quando ho preso la decisione di lasciarti libero e di smettere di autodistruggermi, dopo essere scesa dalla tua macchina alle 7 del mattino con un freddo incredibile, senza dire una parola...Sono salita nella mia macchina, ho attaccato lo stereo e ho sentito questa canzone con la faccia schiacciata sul volante. Ed in quel momento ho deciso di salvarmi da te.

"Dopo aver scalato i 49 scalini della saggezza alla ricerca di un indizio, dopo aver rubato le battute migliori nascosto dietro le quinte di un palcoscenico, dopo aver indossato ogni tipo di maschera, dopo essermi strappato la pelle, dopo averti fatto ubriacare, dopo aver immolato i miei giorni per te, dopo essere entrato sino alle ginocchia nell'acqua gelida solo per farti ridere, dopo aver ballato musica di merda credendo di farti ridere, dopo essermi illuso che alla fine m'avresti amato, dopo aver progettato viaggi, dopo averti letto i miei racconti inediti, dopo averne accettato le tue critiche arbitarie, dopo averti fatto spazio nel mio letto, dopo averti fatto spazio nelle mie vene, dopo averti risparmiato quando ero già pronto ad ucciderti, dopo aver preso a morsi tutti mobili della mia stanza per non ucciderti,dopo aver visto morire inosservate le mie battute migliori, dopo averti amato. Ho avuto conferma di vento a favore, tolgo gli ormeggi"

tratta da "Club Privee" di " Massimo Volume" dell'anno 2001 prodotta da Mescal ( E.Clementi/E.Clementi-E.Sommacal)

Questa lettera credo sia stata la lettera migliore che abbia scritto nella mia vita, forse anche quella che mi ha fatto più male. Perchè non ha mai ricevuto risposta. Ho pensato di pubblicarla dopo quasi un anno perchè credo che l'amore, e la prondità quando vien santificata dal tempo non ha ragione di non essere condivisa ed espressa. Grazie.

 


 

postato da: veradechirico alle ore 16:36 | Permalink | commenti (9)
categoria:lettere
giovedì, maggio 27, 2004



Come ogni volta compari in qualche strana visione. Visione Ossessione. Ho visto una stanza d'albergo. Sul soffitto chitarre che pendevano. Io avevo uno sguardo diverso da oggi. Poi sei comparso in una sequenza che stoppava i tuoi movimenti fino a renderli fotografici. Anche la luce del tuo sguardo era diversa, ma in quel momento non pensavo. Cercavo solo di capire dov'ero. Allora scusami se non ero particolarmente presente, ma quella stanza mi irritava. Urtava fortemente le mie percezioni visive. Tu eri quello di quando ancora non ti conoscevo, ed io avevo lo stesso aspetto di oggi. Ed era illogico, sarei dovuta essere poco più che adolescente. Cercavo un nesso, una spiegazione scritta su un muro mentre tentavo di evitare le tue mani. Ho cercato a lungo, mi sono sforzata nel cercare quella spiegazione quanto mi sono impegnata nel cercare di renderti noto che ti ho capito. Ho paura che tu sia andato un po' troppo veloce. Credo che tu abbia svoltato dalla parte sbagliata, camminando ad occhi chiusi seguendo la tue sola frenesia nell'idolatrarti . Hai svoltato dalla parte sbagliata. Ed ora ti ritrovo in questa stanza di un'albergo banale e sterile. C'era il numero 6. Non ci ho fatto molto caso quando sono entrata. Dopo i milioni di corde rotte che pendevano con le chitarre ho visto i tuoi capelli. Di spalle. Sono belli. Poi ho visto te. Due occhi neri, stanchi, furbi e passati. Nei miei occhi radiografati verdi, astuti e giovani. Ho vinto io Italo. Ho vinto io.

postato da: veradechirico alle ore 00:49 | Permalink | commenti (6)
categoria:mini visioni
sabato, maggio 01, 2004


Ho scritto una lettera per Italo stanotte. Lui è stato veloce come un secondo. Dentro mi avrebbe dovuto lasciare qualcosa di rabbioso, di nervoso, di discorde. Invece non mi ha lasciato nulla. L'entusiasmo si è spento come la pioggia che svanisce con l'arrivo dell'estate. La mia speranza ha smesso di piovere. Italo non lo sa, ma io e lui siamo come specchi. Conosciamo gli stessi trucchi del gioco. Usiamo le stesse strategie. Ma lui non lo sa . Chissà in quale remoto angolo della sua mente sarà riposto il mio segno.Non so nemmeno quale partcolare si ricordi, ed ormai saperlo non mi serve più. Io so che lo incontrerò ancora. Vorrei incontrarlo sonoramente. Sentirlo prima di vederlo arrivare. Vorrei mi parlasse di sè, che ascoltasse di me. Il resto adesso non conta più, Italo. Ho smesso di guardarti. Abbiamo esaurito le settime. Oramai resti solo tu Italo. Nella nudità della tua anima. Quella che tanto mi intimorisce mostrare. Ma noi sfidiamo la vita. Sfidiamo la gente che non crede che si possa vivere restando soli. Pensando e rimestando ricordi e fotogrammi. La sfidiamo provocandola. Spaventandola. Ma forse ci siamo allontanati dalle cose vere, forse camminiamo con occhi ciechi. Ti ho accarezzato dentro, Italo, io non vedo più le tue provocazioni. Guardo quel modo che hai di sembrare sempre oltre. Oltre chiunque. Oltre me. C'è un filo sottile che ci unisce. Ed io cammino in equilibrio verso te. So che questa volta, ci sarà un alba diversa per noi. Non ci troveremo a fumare, fissando con un silanzio irreale, la tua camicia stropiacciata per terra. Sarai tu a guardare me.

postato da: veradechirico alle ore 22:46 | Permalink | commenti (7)
categoria:mini visioni
giovedì, aprile 08, 2004


Sembra sempre così necessario darsi fuoco da soli.
Sembra sempre così indispensabile non schierarsi.
E' così complicato sovvertire se stessi.
E' semplice come chiudersi le vene dopo averle tagliate.
E' così facile come pulirsi il sangue dopo esserselo sporcato.
E' dicotomico come cancellare il tuo mantra dalle mie labbra.
Ma sono solo le tre del pomeriggio.
E sono giorni che sono le tre del pomeriggio.
Continui ad essere così sconsacrato altare.
postato da: veradechirico alle ore 00:31 | Permalink | commenti (6)
categoria:poesie
venerdì, gennaio 30, 2004

Traccio la mia strada onirica tra le tue labbra chiuse. I miei occhi sono gravidi di tenerezza. Sto monitorandoti nel sonno. Immagino i tuoi occhi che sorridono prima di inventare un sorriso. Ho sentito cose buone sulla tua pelle. Ho ascoltato ingorda le parole dei tuoi respiri. Il tuo corpo è come tutti gli altri corpi. Nel tempo si consumerà, e arriverà a spegnersi. Più le mie mani sono spaventate nel toccarti, più accorgo che non è così semplice demolire il tuo essere in me. E' la rivoluzione dei miei cavi cardiospirituali in disuso che mi prende. E' la riabilitazione del tuo fattore rhesus negativo che mi sta uccidendo forse. Ho scavalcato i tuoi confini, ho ammirato la tua anima bella. Senza fare rumore, senza fartene accorgere. Perchè so che fa paura. Perchè so che la tua idea di me non esiste, sono sepolta nel cimitero delle conclusioni pericolose. Ho indossato ogni tipo di maschera, ho vestito dolorosamente personaggi incomprensibili. Ma le mie vene questa volta hanno detto no, hanno espresso il loro dissenso. E allora mi polverizzo su di te. Per stringere ancora senza arrecare disturbo la tua anima. Per soppravvivere a questa suggestiva distanza. Sfiorando le tue dita, danzando sulle tue cicatrici. Avrei voluto che qualcosa lasciasse un segno in te. Ho preso un coltello. Con la mano sinistra. Ho disegnato un taglio obliquo sotto il ginocchio sinistro. Sottile. Disorienterebbe la mia vanità, se fosse troppo profondo. Quel segno sarai sempre tu. Futile consolazione dell'averti quando non ti ho posseduto mai. Ti ho amato tra le mie vene. Col tuo sapore amaro che sento ancora in bocca. Ti ho amato mentre il sangue si sporcava sempre di più di te. Ti ascolto addormentarti, riscaldarti dolcemente nelle stanze della mia anima. Adesso so di amarti. Mentre sento di averti così dentro, tanto da non sentire più la tua mancanza. Cado lentamente nel mio sonno, mentre mi cullo nel grembo del mio irreversibile fallimento. Fuori non è più notte, ma sto arrendendomi al pensiero che sarà sempre troppo buio per noi.

postato da: veradechirico alle ore 11:04 | Permalink | commenti (14)
categoria:racconti mortali
martedì, gennaio 13, 2004


Stanotte non hai proprio una bella cera si direbbe. Dormi con gli occhi serrati come se fossero chiusi a chiave da qualcuno. Ti ho vista piangere stasera, fuori dalla macchina al parcheggio dello stadio. Cercavi consolazione in due grammi o poco più di pane degli angeli e non l’hai trovata vero? Ti ho vista. Ti ho ammirata ridere. Mi sono divertita a fissare i tuoi occhi mentre ti guardavi allo specchio e ti vedevi le rughe sul collo. Ti ho ascoltata piangere e osservare quel dannato coltello buttata per terra. Con gli occhi gravidi, ti crogiolavi felice in un momento e adesso sei riversa li a terra con la paura di morire davvero, stavolta. Ti ho lasciata versare le tue lacrime, perché credevo che quei rivoli di ghiaccio che scendevano ti avrebbero raffreddato il cuore. Invece hai preso tutto e ti sei alzata. Sei corsa a guardarti allo specchio spaventata, preoccupata che quei segni lividi avrebbero segnato nei giorni il tuo volto. Scontrandoti frontalmente con la paura e l'ebbrezza che qualcuno li avrebbe potuti interpretare. Non lo sopportavi, l’idea ti era troppo pesante. Hai chiuso gli occhi e non hai pensato più. Ti ho sentita dire che dentro di te non c’è più nulla, che senti come se ti avessero aspirato l'anima. Ti ho stretto le mani quando hai detto fine. E tu hai sbarrato gli occhi e sapevi che ero lì. E’triste guardare il proprio epilogo dall’alto, e non poter fare nulla.. Io sono un'altra strana congiunzione materiale tra te e il tuo inconscio. Mi chiedo se la tua sia una dimostrazione di forza o un finale in grande stile. Tanto hai già deciso. So che anche se ti aprissi gli occhi e ti dicessi che domani ogni cosa sarà più piccola e più debole e che poi ne resterà solo un abbaglio flebile non mi crederesti. No. Tu non credi più a nulla, ti sei stancata. Sei stanca. Talmente stanca da aver deciso di non svegliarti più. Saltare nel buio è un passo duro e difficile.Potresti aprire gli occhi e scoprire quello che tu non hai mai visto, o che magari provi a immaginare. Sappiamo che hai preparato tutto minuziosamente e con freddezza assassina.Ho già aperto i tuoi cassetti . So cosa stai sognando. Sorridi. A volte mi sono chiesta quanto sia stato giusto entrare nella tua vita, mi chiedo se tu avresti rinviato questo momento a qualcosa di più duro. Mi chiedo sino a che punto può arrivare il dolore, sino a che punto si può morire da svegli.Con le mani ti stuzzicavi i palmi per capire se eri viva. Nel midollo percepivi i brividi per vedere quanto freddo c’era lì fuori, tra i vivi. Adesso dormi. Magari domani il telefono squillerà e ancora sentirai una voce, che ti farà sorridere.Forse non potrai più sentirlo.Non posso fare nulla per te. Cadere e e precipitare nella propria anima somiglia alla morte. E' qualcosa di unico. Adesso con le mani sul ventre ascolti il respiro, apprendi che dentro di te hai sempre avuto forza. La tua pelle bianca su quel lenzuolo candido sembra neve al sole. Liquida, leggera, lenta si avvolge su di te la vita che non hai. E’ questo il tramite tra la vita e la morte. Ti sei strappata via quella parte di cuore che lentamente era nata sulle ceneri di notti che riversavano nero sugli occhi. Ridotto tutto in brandelli, dilaniata e martoriata senza pietà. Un gesto struggente, una cosa pura, ancorata alla tua anima. Ora non resta che un fondale violentato, come quando i marinai tirano forte la catena che lega la nave al suo ormeggio subacqueo. Resta cenere, non restano neanche più i ricordi perchè quelli non abitano nel presente. Non restano le sere a parlare allo specchio, non resta nulla. Affoghi nel vuoto di ciò che era pieno, addormentato ben nascosto dentro te. Nei tuoi tesissimi fasci di His. Intrecciati a ogni grammo di adrenalina dentro i tuoi nervi, sublimati dallo stillicidio di un dramma già consumato. Avrei voluto cambiare il finale, avrei voluto che i buoni vincessero. Ma i buoni in questa vita non vincono mai, vince chi è più furbo, chi sa manipolare, chi sa abbindolare e vendersi talentuosamente. So delle volte che ti ho visto rovinarti il fegato per tacere un segreto inconfessabile, stucchevoli omicidi reversibili. Chissa cosà ci diremo guardandoci allo specchio, che abbiamo amato tanto al punto di esaurire tutto. Al punto di non pensare più a nulla e a nessuno, di sentire quel vuoto che ti schiaccia il cervello, ti comprime gli occhi e la testa e dopo il dolore non senti più nulla. Chissà se stavolta mi dirai grazie, o mi maledirai. Chissa se ci saremo ancora domani. Se una traccia di noi, o di me, o di te resterà fra i sospiri dei giorni. Non riesco più a dire una parola. Mi avvicino a te. Accarezzo le tue mani gelide, bianche e violacee, e le tue strane unghie nere sembrano sempre più nere. Appoggio le labbra alle tue e sento ancora il tuo respiro, è lento,leggero, tiepido e non è lo stesso che ho respirato per anni a fianco a te. Le mie falangi si ritraggono, non ho mai visto una persona così. Mi affascina questo passaggio. Ma è davvero questo quello che rappresenterei io? Un passaggio che non esiste? Una vita che se ne va? Allora ho un nome. Sono l’ignoto, sono il momento. Il momento vero, quello che è solo puro essere ed è svincolato dall’essere stesso, è da qui che si torna indietro. Qui finisce la fine. Non ti sento più.Le tue gambe ormai hanno le stesso colore delle tue mani, piegate lasciate come rami di ciliegio su un prato che non c’è. Le tue dita piegate, le sfioro, sono immobili. Sembreresti quasi viva se non sapessi che non vuoi più provare a respirare. Hai scelto così, hai deciso così, dei brandelli di quello che avevi non ti è rimasto nientaltro di un immagine, chiara e felice di quello che era. E che ora è morto per sempre. Dicevi sempre che le cose belle fanno parte di noi per sempre, e lo dicevi con due occhi grandi e belli, spalancati sulle note di un pomeriggio invernale. Gli stessi occhi che adesso sono come serrande chiuse. Le stesse labbra che ridevano colorate di rosso, ormai sono fredde e congelate da quest’incubo che adesso è finito. Io non so cosa provi, se ti senti ancora, se ti credo morta e non lo sei, ma sei qui che sorridi. Vuoi che ti vedano bella, nel tuo vestito più bello, coi tuoi orecchini di giada che si dice intrappolino l’anima di chi la ha portati per sempre. Il tuo desiderio di restare immortale è chiuso in questi segni. Ed è strano dover raccogliere i miei ricordi e chiuderli dentro di te.

L’aria sa di pioggia, la finestra è aperta e il sapore di questa notte è troppo intenso. L’alba è talmente lontana che mi va di restare ancora un po qui ad ascoltare i rumori dell’oscurità intorno a noi. Un eutanasia necessaria e obbligata.Hai conosciuto cose che forse solo in pochi conoscono e hanno potuto vedere; e adesso partirai per il tuo viaggio verso quello che non c'è.. Il mio compito finisce qui. L’albe arrivano insorabili e tentano di aprire i tuoi occhi.

Ci sono momenti eterni che si imprimono nei tuoi occhi per non lasciarti più e che a volte hanno il peso di una responsabilità grandissima. Alzo gli occhi sul soffitto e vedo quella maledettissima sveglia che proietta l’orario sul soffitto. L’avevo comprata perché mi ero invaghita di un ragazzo che si chiamava Paolo. Era l’unica sveglia che riusciva a farmi alzare dal letto. Stava li sul mio comodino insieme ai libri ed al telefono.Ti giri verso di me. Apri gli occhi. Sbarrati. Spaventati. Cerchi dentro di me qualcosa che non riesci a trovare. Mi guardi con l'espressione più inesorabilmente terminale che ho mai visto in te. Chiudo gli occhi, chiudi gli occhi. Chiudiamo gli occhi.

postato da: veradechirico alle ore 03:41 | Permalink | commenti (11)
categoria:racconti mortali
sabato, dicembre 20, 2003

Mi sono lasciata lentamente accarezzare da corde sfiorate. Affogando nella morbidezza di un onirico letto avvolgente, mi hai socchiuso gli occhi. Ogni parola che scivolava liquida dalle tue labbra alle mie orecchie, era come una goccia di pioggia color indaco. Ho continuato a lasciarmi trascinare dalla tua emozionale vocalità, scendendo sempre piu' in fondo. Affondando sempre più inesorabilmente verso il mattino pallido che non avrei vissuto. Hai continuato a cantare sino a che non ho senito più nulla. Presa da vorticoso coma reversibile notturno. Con mani abbandonate alle tue.

postato da: veradechirico alle ore 14:06 | Permalink | commenti (4)
categoria:vita vissuta
sabato, novembre 29, 2003

Erano stesi così. Molli in quella forma ovale. Erano tanti piccoli cadaveri. Alcuni interi ed alcuni fatti a pezzi. E' strano ritrovarti a osservare la morte che dal tuo piatto va ad addormentarsi nel tuo stomaco. Guardavo gli altri togliere minuziosamente le spine dalle loro carni. Quanto sono fragili le colonne vertebrali di un pesce. Basta la lieve pressione di un coltello e sono irrimediabilmente spezzate. Ho smesso di mangiare. E' stato come se tutta quella morte si fosse impadronita di me, facendo scorrere nei miei neuroni angosce e segnali di pericolo. Ho percepito la loro straziante sorte. Ecco come ci si sente ad andare a pranzo in un obitorio.

postato da: veradechirico alle ore 19:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:vita vissuta, mini visioni
domenica, ottobre 26, 2003


Lenzuola che hanno sempre il solito odore di bruciato, mentre ti addormenti tra la cenere. Sola. Come ogni volta le labbra hanno sempre lo stesso colore, un pallido rosa mortale e la saliva si carica di uno strano retrogusto amaro. Frammenti di cena mai consumata viaggiano fluttuanti per la stanza senza un senso preciso. Verso niente. Mentre ti ricordi che sino a pochi minuti prima ti stavi riproducendo. Ma l'odore della sua pelle non ha più senso, adesso. Hai espletato una funzione primaria. I tuoi estrogeni ti saranno grati. Resta solo un polpaccio troppo solllecitato. Dentro, non resta nulla. Ed è questo che volevo.

postato da: veradechirico alle ore 19:01 | Permalink | commenti (10)
categoria:vita vissuta
venerdì, ottobre 03, 2003

Silenzio. Traffico Silenzioso. Le mie narici inondate dall'odore di sapeone sulla mia terrazza. Io che srotolo i miei vestiti. Le mie dita sono le mollette e i miei nervi carpali i fili del mio stendino. Silenzio caldo, silenzio allo iodio. Nel mio balcone perossido d'ossigeno, nelle mie sinapsi elettrochimiche solo impulsi spastici della dopamina nel mio bulbo oculare. Sono miope ma ci vedo benissimo grazie a due foglietti di plastica sulle mie iridi verde giada. Silenzio il mondo parla da solo. Silenzio l'aria è pesante e irrespirabile. Le tue mani sul volante e trenta metri da me. Trenta miglia da te. Trenta miliardi di miglia da noi. Tu alzi lo sguardo e mi guardi. Io abbasso lo sguardo e ti guardo. Silenzio gelido. Silenzio il mio cuore ha smesso di battere. Silenzio. Respiro il tuo respiro. Tu fai finta di nulla, come se quella sagoma su un balcone non fosse nulla per te. Tu forse senti qualcosa ma io non lo riesco a decifrare. Parli un altra lingua. Io sto lì ferma in silenzio. In un attimo che è tutto mio. In un secondo di vita che è solo nostro. Traffico silenzioso e lento. Tu piano piano scivoli via dal mio sguardo arrotolando la strada davanti da te sotto il nero delle gomme. Tu stai là sulla strada, in basso. Io sono qua nella mia casa, in alto. Silenzio simbolico. Dall'alto del mio balcone di fiori guardo te, nel basso dell'abitacolo della tua macchina scura. Le tue mani scorrono sul volanti, grandi e belle come sempre. Ma nelle tue mani non ci sono parole per me. C'è solo silenzio. Nelle pieghe delle tue labbra, nelle curve della tu gola, non c'è più voce per me. Solo i tuoi silenzi ed i miei.
La mia mente parte per un viaggio astrale e astratto. I miei piedi che fanno leva sulla nera ringhiera, e le mie braccia aperte e io che volo giù dal terzo piano. Sento tutti gli occhi addosso della gente. Silenzio mortale.
Non ho paura io. L'aria mi riempie le mani e i polmoni, e quel cemento a cui vado incontro non lo sentirò. Non sentirò le mie ossa frantumarsi. Non sentirò il sangue che scorre via dalle mie vene. Sentirò solo la tua voce. Il tuo urlo. Quello che nessun 'altro sentirà. Solo io. Io e te insieme in questo momento. SEntirò il silenzio freddo dei tuoi dubbi, il buio dei tuoi perchè. Le tue lacrime mi regaleranno un sorriso vero, quello che si cela sul mio viso da troppo tempo. Sentirò le tue mani che cercheranno in silenzio un segno di vita. Sentirò il tuo dolore mescolarsi al mio sangue. Mi restituirai quello che ti ho dato, mi riprenderò quello che timidamente cerco mentre affogo nei villi del mio cervello la notte. Me stessa e la mia vita. Mi rincontrerò finalmente.
Silenzio. Scompari al di là del mio punto di fuga. Silenzio sto sanguinando come qualche statua della madonna. Piango lacrime di sangue. Apro la finestra ed entro dentro casa. Ti ho sempre detto che l'amore per me è come una patologia. Ma saprò come estirparla da me. Mi dico basta, mi scuoto, mi guardo e cerco di darmi forza. Entro nella mia stanza. SEnto il suolo che mi sorregge, la sensazione calda del legno sotto i miei piedi. Il mio letto colorato è li che mi aspetta, mi chiama a sè. Silenzio al sapore di oppio. Mi distendo dove ti distendevi tu. Guardo il soffitto e conto tutte le volte che lo hai guardato. Sto diventando matta. Sento le nostre risate, ascolto le nostre voci. SEnto in bocca il sapore della tua saliva.
Silenzio. Il silenzio uccide il mio silenzio. Stai zitto, smettila di parlare col silenzio. Il silenzio mi ubriace e mi pugnala. Silenzio, mi cullo nel tuo silenzio. Silenzio. Respiro del tuo respiro. Silenzio, i ricordi mi stendono peggio del lexotan. Almeno, siamo uniti nel silenzio.

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categoria:vita vissuta, racconti irreali
domenica, settembre 21, 2003

 

Blu. Il mio mondo è blu. Blu sono le piastrelle del bagno, le gocce d'acqua leggere e lievi. Scorrono sul perimetro delle piastrelle. Cadono nell'acqua che ricopre il pavimento e creano disegni tra la polvere che si deposita sul fondo. I miei piedi camminano leggeri, sporchi da questo misto di fango e acqua che toccano. Proseguo lenta in questa specie di viaggio, mi lascio trasportare da questa musica, note incomplete e parole mozze. Canzoni imperfette incomplete, come il mio amore imperfetto.
Non c'è nessuno, non una voce, non un rumore di cesso che scarica, non un rubinetto aperto. Nulla. E' tutto così asettico e scarno, ma così carnalmente significativo. Mi domando se forse questo bagno è quello che c'è dentro di me. Lenta, impassibile, cammino senza paure e senza peso. Davanti a me quattro porte aperte, quattro porte di cessi, quattro cessi che si stagliano davanti alla mia faccia. Ma c'è sempre la musica, mi trascina contro la mia volontà alla scoperta di questo strano posto che mi fa paura ma che mi ammanta.
Il lavandino è blu. Lo specchio è l'unica cosa non blu che c'è qua dentro. Adesso è tutto così irreale, la mia immagine riflessa sullo specchio, si distorce e si contorce. Mi guardo piano aprendo gli occhi, e vedo delle mani posarsi sul mio viso. Vedere e non sentire, le guardo ma non le percepisco. Mi tirano giù in un vortice psichedelico, un viaggio attraverso la mie poche rughe, solchi e strade sul mio viso, perdersi negli abissi che non ho mai avuto il coraggio di attraversare. Dentro i miei occhi, vedo quello che non avrei mai voluto vedere, ritrovo le mie cicatrici, e rivivo i ricordi. Un dolore che mi fa piangere. Lo rivivo e imparo ad amarlo. Ecco la tua terribile e amabile eredità.
I suoni si fanno sconnessi, strani e spaventosi. Tutto quanto cambia luci, colori ed espressioni. Il mio viso cambia e si modifica, e poi inizio a sentire le sensazioni, le parole mozze della musica. Tutto è così tremendamente irreale. Non mi ero accorta di un particolare inquietante. Sto girando intorno ad un crocifisso enorme. Piantato nel pavimento blu, e fatto di pali di ferro. Semplicemente assurdo. L'acqua si fa pioggia dal soffitto. Il blu cambia sfumatura, e ne assume tutte le forme. Apro le braccia e vivo la pioggia l'emozione, lo sconcerto, l' ebbrezza e i dolori lancinanti. Vivo, e viviamo. Inconcepibilmente ormai doppia, insieme a te e senza te.
Lo specchio è pieno di tracce bianche, domani dovrò pulirlo. Le mie narici forse hanno festeggiato un po troppo. Ho tirato troppo stavolta. So di non avere la tua approvazione, ma quel blu cobalto era troppo invitante.

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categoria:racconti irreali, oniricamente parlando
giovedì, settembre 11, 2003

 

I passi sono incerti mentre cammino con lo sguardo assente e incurante, facendo finta di non sentire quella voglia di rischiare che mi sta divorando l'anima. Sono qui solo per un motivo: giocare contro di te. Soppraffarti è il mio scopo. Ti guardo mentre tu non sai ancora di essere il mio avversario.
Fili fulminati e ritorti si avvolgono intorno ai miei polsi come bracciali di ipoteticità. Nei miei occhi si mescolano dubbi rossi e neri, mentre dispongo in un ventaglio mentale le mie carte da giocare. Il mio avversario non ha molta voglia di giocare con me stanotte. Il mio nemico è spento, sembra che non abbia nemmeno voglia di proseguire questo gioco affascinante che ho buttato in tavola.
Torno nella mia cripta e guardo le mie mani che si muovono con fare pessimistico. Non si può giocare a carte con chiunque. Forse mi ero sbagliata a reputarti capace di giocare con me. Un giocatore gioca con chi conosce le medesime regole, gli stessi giochi e gli stessi identici trucchi. Al tuo tavolo tornerò domani mattina, perchè stasera so che non vuoi ne rifiutare ne accettare il mio gioco perverso. Le mie regole scritte in settimane di meandri, strade, corridoi e letti disfatti da notti senza sonno. Non c'è una posta in gioco stasera, l'unico rischio è perdere la voglia di rischiare tutto quello che ho e tutto quello che non c'è tra noi.

Prima di chiudere la porta della mia stanza, mi guardo allo specchio e ammiro la mia immagine riflessa. La distorsione in delay del mio apparire mi rende affascinante anche ai miei occhi. Orbite dove girano miliardi di combinazioni di scale di colori e di semi, reali e immaginarie. Osservo i tavoli da gioco in questa sala piena di luci e suoni che amo. Giocatori stanchi, osservatori attenti e spettatori distratti. Mentre ti osservavo indifferente, un altro potenziale avversario seguiva i miei movimenti. Lo stesso sguardo attira la mia attenzione. In un tavolo avvolto da un tappeto rosso di quiete si cela il mio nemico che silenziosamente mi sta attendendo.
Io sono arrivata sino a qui per giocare a blackjack con un uomo oscuro e affascinante. Vincerlo doveva essere il scopo. Il ruolo che il regista del mio copione astratto aveva designato per me era quello. La storia però è cambiata. Io sono una giocatrice impulsiva, conosco i segreti del rischio, so di essere abile a barare. Stanotte devo imparare a giocare seguendo l'unico canovaccio che la trama mi ha dato. Cambiare gioco, cambiare scopo solo per il gusto di giocare. Stare qui altrimenti avrebbe davvero poco senso.
Mi dirigo verso quello sguardo silenzioso. Rompo la quiete squarciando quel tappeto rosso. Comincio a giocare con destrezza, maestria, sfoderando la mia astuzia. E' la prima partita a briscola che gioco nella mia vita, mi affascina quello che non conosco. Ho vinto. Ho sopraffatto il mio avversario. Ho rischiato ed ho ottenuto in pasto il mio stesso avversario. Quell'uomo affascinante conosce il nemico che ho vinto, si avvicina mi saluta e se ne va. Malizioso. Sa che sbranerò l'uomo contro cui ho giocato. Perchè due giocatori che conoscono gli stessi inganni non possono sfidarsi e lui lo sapeva.
Avevo solo bisogno di smuovere il mio diagramma dell'anima con qualche impulso elettrico. I cavi che mi stringono le braccia, tenendomi chiusa in una morsa dolcemente infernale fanno contatto. Mentre le mie lacrime per quello che non ho avuto rimbalzano sul pavimento grigio e mandano in corto circuito il mio sistema nervoso.
Mi sono divertita a giocare a briscola, spero di farlo più spesso. Ora ho solo bisogno di buttarmi a testa in giù sul tavolo del blackjack per godere dello schianto che fa un pensiero malvagio quando si dissolve in un mattino pungente di settembre. Mentre un sorriso diventa il caffè che ridesterà la mia voglia di rischiare.

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categoria:vita vissuta, racconti irreali
giovedì, settembre 04, 2003

 

Vorrei essere la polvere che ti scivolerà adosso

vorrei sporcarti della mia essenza

vorrei intriderti del mio respiro bagnato

E' notte.

E'notte, ma questa notte è troppo buia per noi.

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categoria:poesie
martedì, agosto 26, 2003

Il respito surreale 

Sono le quattro e un minuto. L'orario non conta molto. Se sono proprio le quattro e un minuto un motivo ci deve essere.

Scopro di avere gli occhi chiusi. SEnto il rumore dei miei piedi scalzi, percependo con le dita la levigatezza del pavimento gelido sul quale cammino.
Mi rendo conto che l'aria che mi invade i polmoni ha un sapore strano, come respirare oppio e ossigeno insieme. I miei occhi si aprono e vedono solo il buio. Mi fermo ad odorare questo colore scuro e assoluto. E' nero di un buio che mi fa sentire quasi invisibile, anche a me stessa.

Lentamente i miei occhi si alzano verso il cielo e scorgono stelle colorate e grandi, ammirando un cielo dolorosamente diverso da quello che normalmente ci osserva silenzioso e discreto. Alzo le braccia nell'infantile tentativo di afferrarle.
Le chiamo a me, dolcemente, le accarezzo con la voce. Loro cominciano a brillare ancora di più e ho come l'impressione che mi stiano venendo incontro. Scendono leggere e cristalline da questo cielo, sembra che sia avvicinino a me.
In pochi secondi centinaia di stelle a froma di atomo mi danzano intorno, ed io ascolto le loro risate e divoro avidamente la gioia che hanno dentro. Seguono il ritmo di una coreografia che le mie orecchie non riescono a comprendere.
Ogni atomo ha un colore diverso ed emette un suono differente dagli altri. Necessariamente deve avere anche un proprietà specifica, e magari un indole propria o un nome che gli piace poi così tanto.

Muovo le mani bianche per toccarli, accarezzarli, percepirne il calore, ascoltare la loro elettronegatività vibrante da vicino. Loro si avvicininano sempre di più al mio corpo, so che stanno decodificando i miei pensieri in questo momento.

Non mi sono ancora accorta che tu sei a pochi passi da me. Stai galleggiando nell'aria, mi osservi. Hai un espressione stupita,curiosa e attenta a seguire ogni mio sguardo e ogni mio sregolato gesto.
Io voglio toccarti. E'qualcosa di dolcemente carnale quello che sento. In un pensiero ammaliante mi sto strofinando su di te. Senza freni, senza pensare, ti sento addosso. Sto provocando il tuo collo con le mie labbra, e sento il calore delle tue vene. Mi sto ubriacando del tuo odore, della tua pelle elettrica. Mi guardo compiaciuta mentre ti mordo le labbra, mentre mi perdo nel respiro surreale.

Ma non mi devo avvicinare, i miei atomi lo stanno facendo per me. Li vedo cadere sulla tua pelle, rimbalzare e illuminarsi. Ti circondano e desidero ti entrino dentro. Danzano intorno al tuo corpo, bramoso di avermi. Forse.
Come seguendo una strada iridescente metafisica tornano a me, luminosi ed intermittenti. Sono carichi di energia. Io voglio divorare la tua energia.
Ascolto le loro voci. Tenere e seducenti che mi raccontano tra i sussurri cosa si prova cadendoti sopra. Entrandomi dentro le sensazioni mi invadono e mi scuotono. Ed io so che sto morendo.

Sono le quattro e un minuto.
Apro gli occhi. Guardo queste lenzuola bianche stropicciate e dilaniate dalla mia carnalità.

Non ci sono più. Non vedo le mie gambe, non vedo il mio ventre, le mie mani, il mio seno. Non esistono più. Vedo solo lucciole colorate, piccoli atomi di me.
Io sono fatta di elettroni, protoni, neutroni. Io sono libera. Posso essere liquida, solida e persino decidere di vaporizzarmi se voglio.
Io sono il cielo. I miei pensieri sono stelle fisse pronte ad implodere.

Sono le quattro e un minuto. Un motivo c'è.

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categoria:vita vissuta, racconti irreali, oniricamente parlando, medeismi
domenica, agosto 24, 2003

Sono in ascolto e cerco di capire. C'è un fiume rosso che scorre sotto i miei piedi. Sangue scuro, mi bagna i piedi e lo sento denso tra le dita. Scorre il tuo sangue. Sporco, scivoloso, amaro scivola via dalle mie vene. Scende crudele sulle mie braccia, accarezza il mio ventre e cade sul pavimento. Guardo i tuoi occhi, in qualche foto. Dentro non ci sei più.Quegli occhi adesso sono come un cappio avvolto intorno al collo. So che credi di avere cancellato il mio nome dalle tue corde vocali. Credi che le tue orecchie non possano più percepire i toni alcalini della mia voce. Sei certo di avere rinchiuso gli spezzoni di questo errore, in una videocassetta rotta.
Quei maledetti illusori fotogrammi sono tutti qui davanti ai miei occhi. Bruciano nello stesso fuoco che abbiamo creato. Si accartocciano nel tuo sangue malato che scorre sotto i miei piedi. Finalmente le tue cellule ematiche zero positivo se ne vanno da me. Festeggiano la tua partenza.
Vai via e non tornare mai più. Lasciami andare, se non vuoi andare via tu lascia che sia io a scorrere via da te. Forse è inutile che io stia qui a supplicarti. Ascolti solo le misere suppliche dei tuoi perversi giochi mentali. La mia voce per te è veleno e fingi di non sertirla per non essere obbligato a pensare. Ti sei preso tutto di me. Mi hai messo in una valigia e mi hai trascinato via con te. Mi hai straziata, sbaranata, dilaniata.
Con il sorriso più semplice che da profondità alla tua fredda violenza. Il mio tribunale a colori ti ha già processato. Hai strappato, tirato e ingoiato tutto di me. Ora vedo il tuo sangue scorrere sotto di me.
Vorrei buttarmi per terra e sporcarmi le mani. Imbrattarmi il viso e respirare l'odore acre del tuo sangue.L'ultimo saluto a quello che era di te. L'ultimo tributo al mio unico altare. L'ultima lacrima sui nostri cadaveri, ceneri di noi sparse nel passato. Ti amo e ti odio adesso. Non sento nulla. Voglio solo stare qui a godere dello spettacolo. Voglio solo non sentire più il dolore. Voglio solo che te ne vai da me. Il sangue scorre via. Voglio essere libera di andare dove voglio. Non dove vai tu. Ora ti prenderei il viso tra le mani e ti urlerei addosso tutto il dolore che non hai capito. Ti stringerei a me sino a soffocarti. Ti ucciderei . Ti strapperei il cuore a morsi per riprendermi il mio.
Riportami a casa per favore. Lasciami libera. Lascia che mi lavi via di te. Il rosso continua a scorrere sotto i miei piedi. E' la strada verso casa. La vedo e la seguo, mentre i miei piedi disegnano una nuova alba nel fiume di sangue.

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categoria:vita vissuta, racconti mortali, oniricamente parlando, medeismi
sabato, agosto 23, 2003

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Un bambino mi indica. Ho sempre amato i bambini, ma non capisco il motivo di quel suo sguardo spaventato. Cerco di passare oltre e infilandomi una mano nella tasca recupero la lista della spesa che ormai è completamente stropicciata. Guardo dritto davanti a me, e riprendo a spingere il mio carrello. Vuoto. Cammino tra i barattoli multicolori e iridescenti di bagnoschiumi e shampoos. Mi fermo e comincio ad aprirli tutti presa da un raptus olfattivo, e mi ubriaco dei loro colorati odori. Non compro mai qualcosa se non mi piace l'odore. Mi colpisce uno in gel, con una confezione trasparente, di colore verde acido, con un merviglioso sentore drogante di the verde. Che va tanto di moda, ma non lo compro perchè è di moda, perchè quell'odore mi da una sensazione assurda di onnipotenza. Non chiedetemi perchè.
Mi passa accanto una donna, con due occhi grandi e profondi e neri, sembra una persona distinta, ha dei piedi curatissimi che si intravedono dai suoi sandali. Mi guarda si ferma e mi indica. Non capisco. Tiro fuori lo specchietto dalla borsa, dove fatico tantissimo per trovarlo e mi guardo. Non ho nulla di strano. Ma lei è li che continua ad indicarmi con uno sguardo spaventato. Dalla fine della corsia noto che un uomo mi sta osservando insitentemente, viene verso di me ed alza il braccio. Poi vedo il suo dito indice raddrizzarsi puntando a me. Ha gli occhi stupiti. Si ferma e continua a fissarmi. Ho paura, non capisco cosa voglia questa gente da me. Continua ad affluire gente nella corsia, e tutti si fermano a due metri da me, sempre con gli stessi occhi allucinati, sempre con quel maledetto dito verso di me. Cerco di andare via, sento che qualcosa non va, che c'è qualcosa che sta accadendo e non ne capisco il motivo. le mie mani prendono a muoversi spasmodicamente su di me, per tentare di afferrare quel qualcosa di strano che non riesco a vedere e nasconderlo tra i flaconi del supermercato.
Ma quasi 100 persone stanno li ad aspettare che faccia qualcosa, mentre continuano a guardarmi, fissarmi, scrutarmi, osservarmi, rimirarmi impauriti. Nessuno si avvicina. Riempio i polmoni di aria e spingo il diaframma in alto e dico:"Cosa c'è di strano, forza ditemelo, parlate, aprite quelle bocche!"
Silenzio. Nessuno parla, noto che nessun muscolo facciale si è mosso sui loro visi. Sono come paralizzati. Hanno paura. Ma paura di cosa?"Di cosa avete paura? Non sono armata non sono una terrorista non sono un fantasma...Di che cosa avete paura?"
Nessuna reazione, nessun respiro nell'aria tranne il mio. I miei nervi cominciano a cedere. SEnto come un pugno nello stomaco, uan forza che pinge in alto i miei polmoni ed un urlo insensatamente forte uscire dalla mia bocca. Ecco, ho sentito un rumore. Mi giro e vedo che uno dei tanti flaconi è caduto dallo scaffale. Piegando le ginocchia mi abbasso per raccoglierlo, ma all'improvviso tutti i flaconi cominciano a cadere per terra, rovesciandosi e aprendosi. Nell'aria ora ci sono milioni di odori e colori di diverse consistenze. Il sangue mi sale al cervello, mentre tutti sono ancora immobili e ancora più angosciati da me. Alzo la testa piano e guardo il soffitto. Sto facendo bungee jumpimg al contrario. Il cielo mi sta risucchiando piano piano. Comincio ad alzarmi dal suolo, mentre tutta quella gente mi segue con lo sguardo e sorride. Ma cosa vuol dire? Cosa sta succedendo. Li vedo rimpicciolirsi. Mi sento sospinta da una forza inimmaginabile che mi porta sempre più alto. Non sento la paura, sento solo una grande forza e potenza. So che in questo momento potrei fare qualsiasi cosa. Mi sento onnipotente.
Chiudo gli occhi per godere di questa assurda sensazione illogica, e vado giù sto precipitando. Sto prendendo velocità, 9.81 m al secondo. Accellero, accellero e provo gusto nel aver paura di morire alla fine di questo splendido volo nel cielo. SEnto la forza dell'aria nelle mie narici, la respiro, respiro la dopamina. Ecco quel pavimento bianco che mi aspetta sporco di sapone multicolore, pronto per accogliere il mio rosso. Si avvicina e sento lo schianto, vedo tutta quella gente bearsi della visione delle mie membra sparse li per terra. Chiudo gli occhi.
Sta squillando il mio cellulare, che suoneria assordante. Rispondo e sento dei suoni dolci di violini scordati. Sono ancora li col mio bagnoschiuma al the verde in mano. E il mio carrello vuoto. E non c'è più nessuno. Tornerò a casa e mi farò un bagno, al the verde.

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sabato, agosto 23, 2003

Due occhDe chiricoi spalancati azzurri. In mezzo alla strada, le macchine mi passano accanto spostando l'aria. Perdo l'equilibrio. Sento i clacson che mi suonano, dentro di me l'angoscia e l'impotenza. Non mi posso muovere, non sento il mio corpo. Il cervello vuole muoversi, ma le mie gambe sono lì, come saldate all'asfalto caldo. Non posso fare a meno di chiudere gli occhi dalla paura. Sono come un' equilibrista, un piede davanti all'altro, sulla linea bianca tratteggiata di una strada. Sembra inferno anche se inferno non è.
Qualcuno passa e mi suona, altri mi dicono dietro di tutto. Altri mi guardano spaventati. Pensano che io sia pazza con tutta probabilità. Ma io non sono pazza, io sono li da sola senza sapere perchè. E'come se tutta questa realtà mi venisse addosso. Con le sue luci, i suoi colori metallici delle carrozzerie delle macchine, i suoi suoni striduli di petrolio. Oscillo. Percepisco di perdere l'equilibrio, ma non lo perdo. Sono stabile.
Si ferma una macchina. Incurante dei clacson vedo una giovane ragazza scendere. I casi della vita a volte sono strani.
Carla è li ferma che mi guarda. Ma che cavolo stai facendo in mezzo alla strada?
Io la guardo come se fosse un miraggio. Non la vedo da secoli.
Credimi , mi ci sono ritrovata. Ma non riesco a muovermi!
Guarda che domani mattina devi andare a scuola. Non mi farai mica falsificare di nuovo la firma di tua mamma.
Non capisco quello che dice. Mi sono diplomata da un paio di anni. Carla è andata via dalla mia classe quando avevo quattordici anni. Odiava tutte le materie classiche. Odiava il Greco, odiava il Latino, odiava la Storia, odiava la Filosofia, odiava la Letteratura, odiava l'Epica. Amava la Libertà. Amava anche me.
Rido e dico Dai non scherzare, aiutami a spostarmi da qui.
Io non posso aiutarti. Non hai più bisogno che ti aiuti o che ti difenda
Mi guarda con due occhi scuri e grandi. Buoni come sempre. Lei si è girata, ed è andata via.
Aspettami, ti prego. Non mi mollare qui da sola.
Tra i fari bianchi vedo il suo collo che si torce, piano piano scorgo il suo profilo. Mi accarezza con lo sguardo. Sorride. Chiude gli occhi e va via.
Il cuore succhia adrenalina. Tutto aumenta di velocità. Il rumore cresce sino a diventare una musica martellante e insopportabile. Strisce di colore rosso e arancio, si mischiano ai fari, vagabondi elettrici.Occhi che mi guardano, puntati su di me. Ferma in mezzo all'inferno. Sento addosso lievi colpi di specchietti, che mi scuotono e mi fanno paura. La pressione della velocità intorno a me cresce a dismisura. Mi fanno male gli occhi, il cuore pompa sangue sino a fare male, l' aria che mi spinge si fa dura come pugni su di me.
Sinapsi elettrochimiche mandano al mio piede sinistro il comando di muoversi. Lento si stacca dal suolo, leggero, e fa un passo. Tutto è fermo. Le macchine sono state immortalate sfocate nella loro velocità, e sono strisce continue da accarezzare. Comincia la pioggia. Questi colori la rendono speciale, viva. La notte le regala un aria più sensuale.
Io apro le braccia, rivolgo i miei palmi al cielo per sentirne la consistenza, il loro bucarmi la pelle senza dolore. Apro gli occhi e corro. Corro con un piede davanti all'altro sotto la pioggia. In un mondo fermo. Corro, sola. Corro, contro questa strada.Sola su questa strada, lontano dall'angoscia e vicina a me.

postato da: veradechirico alle ore 00:40 | Permalink | commenti (4)
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